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Saeco, Dismeco e la miopia “istituzionale” dell’Emilia Romagna


La Saeco di Gaggio Montano annuncia 246 esuberi. Poi è il turno della Dismeco di Marzabotto: 7 lavoratori su 35 in cassa integrazione e un futuro incerto. Un Natale non proprio con fiocchi oseremmo dire. Senza contare che siamo sull’Appennino bolognese e, si sa, quando le aziende sono in crisi in questi territori, vanno in crisi intere comunità. Per non parlare del rischio spopolamento. Cosa unisce le due vicende oltre al fatto di essersi generate entrambe in territori montani? Soltanto la miopia istituzionale. Quella concezione, per intenderci, secondo la quale la politica non è mai responsabile della crisi di aziende private. Mai affermazione fu tanto sbagliata e inesatta.

Ma andiamo con ordine. La Saeco,leader mondiale nel mercato delle macchine da caffè espresso, è stata fondata nel 1981 proprio a Gaggio Montano da Sergio Zappella e Arthur Schmed. Un orgoglio per il territorio. Saeco significa proprio: Sergio, Arthur e compagnia. Nel 2009, dopo l’acquisizione Philips, si passa in pochi anni da una produzione di oltre un milione di pezzi a poche decine di migliaia, in un mercato che risulta essere in espansione. Tagli e operazioni “tampone” si susseguono per anni, per evitare il tracollo mentre la Regione Emilia-Romagna, che solo idealmente si pone a capo di fantomatici tavoli di coordinamento e supervisione, temporeggia senza dare alcun segnale. Nessuno si chiede quanto possa importare realmente a Philips della Saeco, specie poi se si tratta di uno stabilimento sperduto sull’Appennino bolognese. Chi davvero crede che Saeco, 350 milioni di fatturato e 1200 dipendenti, sia strategica per Philips, 22 miliardi di fatturato e 112mila dipendenti, deve avere una visione piuttosto strana dell’economia.  Ed ecco che la Saeco di Gaggio Montano diventa specchio di una vicenda tutta italiana, dove un colosso multinazionale, ingloba e fagocita una eccellenza nazionale e poi, nonostante il fatturato in espansione, chiude stabilimenti a piacimento senza preoccuparsi delle famiglie, dell’indotto, del tessuto economico sociale che si va completamente a destabilizzare. Con l’aggravante che qui, a essere messa in discussione, è tutta la storia di un’azienda, un marchio italiano, un’eccellenza nazionale.

E poi c’è la Dismeco. Azienda tutta bolognese, che nasce per recuperare praticamente in toto il materiale elettrico ed elettronico, con una visione di lungo periodo in fatto di ambiente e di riciclo da fare invidia a Germania e Stati Uniti. Perché le sue tecnologie di recupero sono studiate ovunque. Un’azienda così che arriva sull’Appennino, crea posti di lavoro e investe 10 milioni di euro. Da qualche altra parte, in Europa, o forse anche nella vicina Svizzera, ad aziende così stenderebbero un tappeto rosso. E invece da noi, un’azienda di questa portata è costretta a mettere i lavoratori in cassa integrazione. Perché in Emilia Romagna sono capaci di varare una bellissima legge sull’economia circolare dei rifiuti, ma poi consentono che il prodotto da riciclare e lavorare finisca per l’80% fuori Regione. Perché se la Dismeco tratta le lavatrici e da 25mila pezzi si cala a 15mila perché il Consorzio preposto preferisce vendere fuori Regione, abbiamo già smesso di ragionare. Perché se per l’Emilia Romagna il rifiuto è realmente una risorsa, si fa di tutto per tenerlo sul territorio e consentire alle aziende locali di trattarlo e di rivendere le materie prodotte. Possibilmente a prezzi equi. Ma le belle parole non viaggiano di pari passo con la realtà. E così, in Emilia Romagna si legifera per tutelare il lavoro, il made in Italy, per promuovere il riciclo e mantenere i servizi sulla montagna. Poi però, in pieno Appennino, si consente che due aziende come Saeco e Dismeco, che danno lavoro alla stragrande maggioranza delle famiglie sul territorio, finiscano nelle fauci delle multinazionali quando va bene o vengano divorate da politiche miopi, quando va peggio. Tanto, alla fine, ce la caviamo sempre con qualche attestato di solidarietà votato all’unanimità.

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