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I ragazzi di Acca Larentia attendono ancora giustizia. Dopo 38 anni.


Roma, 7 gennaio 1978. Sono le 18:20 di una giornata fredda che, nel giro di poche ore, diventerà una delle più buie degli Anni di Piombo.

Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, insieme ad altri tre militanti, si apprestano ad uscire dalla sede romana del Movimento Sociale Italiano di via Acca Larentia per pubblicizzare con un volantinaggio un concerto. Si sentono moto arrivare, militanti d’estrema sinistra alla guida. Un raffica di spari. Bigonzetti viene colpito, gli assassini lo raggiungono e lo finiscono.

Ciavatta tenta di scappare su per le scale, anche lui viene colpito, si accascia e muore. Nelle ore seguenti la notizia si diffonde, militanti missini si riuniscono sul luogo della tragedia. Sgomento e rabbia sono il sentimento comune. Un giornalista getta un mozzicone di sigaretta nel sangue innocente di uno dei ragazzi. Le forze di polizia vogliono mantenere l’ordine, sparano colpi in aria. Tutti, tranne uno. Il capitano Edoardo Sivori spara ad altezza d’uomo, la sua pistola si inceppa, ne prende un’altra, centra in piena fronte Stefano Recchioni, che muore dopo due giorni d’agonia. Franco era cintura nera di judo, matricola di Medicina, si pagava gli studi lavorando, timido ma piaceva alle ragazze. Francesco era un burlone, sempre in giro col suo Boxer, sempre con il sorriso. Stefano era un artista, amante della musica e componente di una band, voleva militare nella Folgore per coronare il sogno di librarsi in aria col paracadute. Tre giovani uccisi senza ragione alcuna, se davvero esiste una ragione per essere ammazzati a quel modo.

Tre giovani che si stavano costruendo un futuro che gli è stato ingiustamente negato. Tre giovani che ancora, dopo trentotto anni e indagini lacunose, non hanno avuto giustizia. Perché in quegli Anni di Piombo, troppo spesso le indagini si muovevano sull’onda del sentimento politico che non dell’oggettività della Legge.

E’ questa la strage di Acca Larentia, dimenticata perché ha coinvolto ragazzi di estrazione “fascista”, che manifestavano il proprio pensiero nel Movimento Sociale Italiano, partito riconosciuto dalla Repubblica e che aveva in Parlamento i suoi rappresentanti. Ragazzi degni di essere ricordati, ancora oggi, non già dalle Istituzioni “super partes”, ma solo dai militanti di Destra perché in Italia, si sa, è ancora lontano il riconoscimento oggettivo dei fatti storici e il recupero di una Memoria che non sia parziale. Perché il nostro Paese, quello degli Anni di Piombo, non ha mai fatto pace con la sua storia, non l’ha mai guardata veramente in faccia, ma solo di sbieco, creando vittime e morti di serie A e di serie B.

Come i morti innocenti del 7 gennaio 1978, con l’unica colpa di rappresentare la Destra, scelti “non a caso” da chi quella strage la rivendicò, con il preciso intento di eliminare i “topi neri” della “fogna di Acca Larentia”. Sì, la strada da fare è lunga. Perché se un ex sindaco di Roma, tal Ignazio Marino, si permette di affermare che “la Destra deve tornare nelle fogne”, rievocando episodi sanguinosi, fatti di violenza, di massacri e di morte, allora sì, la strada che abbiamo da percorrere per riappacificarci con la nostra Storia non solo è lunga, ma è anche minata di ostacoli ideologici. Strumentalizzare i morti è un attimo. Riconoscere il valore della vita umana, invece, è un’azione che richiede molto più coraggio di quanto pensiamo. E che, una volta per tutte, questo Stato dovrebbe decidersi a fare.

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