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Bologna 2016: l’eterno dilemma del centrodestra. Basterebbe puntare sul carisma…


E così, dopo mesi di diatribe e di botta e risposta sulla stampa, il centrodestra bolognese decide (e pare sia definitivo) di candidare a sindaco la leghista Lucia Borgonzoni. Il “parto” politico è stato lungo e difficile, come da tradizione in un centrodestra che ormai da parecchi anni a questa parte dimostra di essere sempre più diviso e lacerato.

Gli intenti di qualcuno che grida all’unità sono buoni, peccato poi che quando si analizzi la realtà, i nodi vengano tutti al pettine. La sensazione che si ha, almeno guardando la vicenda “da fuori”, è che la candidatura della Borgonzoni sia stata decisa da tempo. Probabilmente a tavolino e forse subito dopo le regionali.

E’ lecito pensare, infatti, che le valutazioni abbiano riguardato il fatto che correre alle regionali contro un “outsider” di preferenze come Bignami, sarebbe stato per la Borgonzoni un grosso rischio. Bignami, a Bologna, alle ultime regionali, ha fatto da “asso pigliatutto”, con oltre 5mila preferenze solo in Città e quasi 10mila in tutta la Provincia. E questo era prevedibile fin dall’inizio. Qui le valutazioni politiche ci stanno tutte, non siamo qui a criticare chi questa considerazione effettivamente l’ha fatta. Quindi sarebbe meglio per tutti che si cominciasse a dire le cose come stanno. La realtà, semplice e spietata, è che Daniele Marchetti, segretario imolese del Carroccio, aveva molte più probabilità di essere eletto se non altro perché avrebbe attinto a un bacino di preferenze imolese e di provincia. E infatti così è stato.

La considerazione – lecita – della Lega Nord è stata quella di attendere le elezioni amministrative per consentire alla Borgonzoni di continuare il suo percorso politico. Che non poteva e non può prescindere da una candidatura a sindaco. E qui parlano i numeri. Lucia Borgonzoni, alle scorse amministrative, ha collezionato solo 260 preferenze e, con liste civiche che proliferano e l’incognita 5 stelle, non c’era assolutamente certezza di una sua rielezione. Però, come al solito, così come alle regionali, ci hanno raccontato che un candidato leghista è l’unica alternativa possibile: considerazione cui ci si può saldamente attaccare in un momento in cui i consensi per Forza Italia sono ridotti al lumicino. Però lo sanno tutti che un candidato leghista a Bologna non può vincere, a meno che quel giorno tutto lo “zoccolo duro” non abbia l’influenza. Non è una battuta.

Lo insegna la storia, la casistica. Del resto il centrodestra ha regalato, negli ultimi anni, qualunque candidatura di prestigio alla Lega. Alle ultime amministrative, fu Manes Bernardini il prescelto per sfidare Merola, con una mega coalizione che vedeva la Lega al fianco del Pdl. In quel caso, il ballottaggio fu sfiorato per poche centinaia di voti e la performance fu di tutto rispetto. E qualche parola sul candidato sindaco va spesa, una persona che alle regionali precedenti aveva conquistato 5542 preferenze. Numeri che la Borgonzoni non ha mai dimostrato di avere. Poi alla Lega il centrodestra ha lasciato anche la candidatura alla presidenza della Regione, con il sindaco leghista di Bondeno Alan Fabbri che ha certamente avuto il grandissimo merito di portare la coalizione di centrodestra al secondo posto in “classifica”, cosa niente affatto scontata. Adesso a Bologna ci ripropongono una candidatura del Carroccio, con tanti buoni propositi per carità, ma sulla quale aleggiano parecchi dubbi di opportunità politica. Certo, ci può essere la “sorpresa” di un botto della Lega, magari sulla spinta di una campagna elettorale promossa direttamente da Salvini. Ma siamo sicuri che il carisma del candidato sindaco non conti proprio nulla? Qui è palese che non si parte né dai consensi numerici dell’ex leghista Bernardini, né da quelli del capogruppo di Forza Italia in Regione Galeazzo Bignami, che pure aveva dato la propria disponibilità a candidarsi a sindaco. Bignami, poi, rappresenta sempre un “caso” perché ogni qualvolta il suo nome viene messo in campo, dall’interno del partito partono critiche a profusione francamente poco spiegabili. L’accusa è quella dei troppi incarichi? Allora non si capisce perché a Bernardini sia stata data la possibilità di candidarsi a sindaco nel 2011 quando era già consigliere regionale. Non regge l’accusa di arrivismo e nemmeno quella di opportunismo, visto che le ambizioni politiche appartengono più o meno a tutti coloro che in questa fase sono intervenuti, a vario titolo, contro la candidatura di Bignami.

Bignami è troppo di “destra”? Argomentazione insostenibile, dato che Bignami ha collezionato in quartieri rossissimi di Bologna migliaia di preferenze superando pure il Pd. Per lo stesso motivo, poi, non reggerebbe l’assunto di dover candidare una leghista. L’eterno problema irrisolto del centrodestra bolognese – e bene lo ha scritto il Corriere della Sera – è di leadership. Fa paura consegnare la leadership a un “divoratore” di preferenze come Bignami, perché il rischio è che non ne resti più per nessuno. Fa paura una personalità da leader, in un contesto dove i voti di centrodestra vanno adeguatamente spartiti per mantenere in piedi delicati equilibri. Non è un problema di Pd, Forza Italia o altro. E’ l’eterno problema italiano per il quale, se vali troppo, vai ridimensionato. E l’altro problema è che non esiste, al momento, una personalità, o un coordinatore che dir si voglia, in grado di mediare tra tante situazioni atavicamente conflittuali dentro un centrodestra dilaniato più per motivi personali che per motivi programmatici o ideologici.

La candidatura della Borgonzoni può definirsi, al momento, solo un degno riconoscimento dopo anni di coerente militanza sul territorio. Che mette d’accordo anche il “partito” del “qualunque cosa purché non sia Bignami”. Molto più discutibile il fatto che questa, alla fine, sia la soluzione più giusta per Bologna. In ogni caso, siamo pronti a essere stupiti. Perché mandare Merola al ballottaggio è un sogno che va coltivato fino alla fine.

 

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