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Cristicchi: «Così tentarono di boicottare il mio Magazzino 18 a teatro»


fonte: Il Tempo

di Pietro De Leo

Spesso i pregiudizi vincono sul coraggio. Ma accade anche il contrario, e nascono le belle storie. Una è quella di Simone Cristicchi, vincitore di Sanremo 2007, e il suo Magazzino 18. Spettacolo teatrale che prende il nome dal luogo, nel Porto Vecchio di Trieste, dove gli italiani, cacciati dall’Istria dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, lasciavano le loro cose. Un vero e proprio percorso nella memoria, quello di Cristicchi, che riconduce al dramma della fuga, alla barbarie delle foibe, alle persecuzioni del regime comunista di Tito. Quella pagina di dolori, insomma, per anni oscurata dalla «storiografia dei vincitori». Parlarne non è mai stato facile, ancor meno costruirci uno spettacolo teatrale. Dopo circa due anni e mezzo, però, Magazzino 18 (stasera in scena a Ventimiglia) fa il suo successo: quasi duecento repliche e centomila spettatori. «Se consideriamo che è uno spettacolo di teatro “civile” – spiega Cristicchi – numeri così sono molto difficili da raggiungere. Ora i teatri se lo contendono, grazie al passaparola del pubblico e degli addetti ai lavori. E pensare che, inizialmente, molti esitavano ad inserirlo in cartellone».

Perché? «Forse perché è una storia vista con pregiudizio, in quanto considerata “di destra”. Ma il mio spettacolo non ha alcuna appartenenza politica. Prima che andassi in scena, studiosi come Gianni Oliva hanno letto il testo e mi hanno dato una sorta di “lascia passare” storico».

All’esordio, nel 2013, ci furono piogge di critiche, l’Anpi ti voleva addirittura ritirare la tessera. A proposito, poi com’è andata a finire?

«Sì, è vero. Ci fu una petizione per revocarmi quella tessera, che mi era stata data a titolo, diciamo così, onorario. Con il tempo, comunque, ho capito che l’Anpi è una realtà molto complessa. C’è una parte molto intransigente, che definisce “eroi” quei partigiani che commisero crimini in tempo di pace per vendetta, o magari appoggiavano gli orrori di Tito. E poi ce n’è un’altra molto aperta al confronto, alcuni degli iscritti sono venuti anche ai miei spettacoli».

E la tessera?

«È scaduta».

Oltre alle critiche, quanti problemi hai avuto nel portare in scena Magazzino 18?

«Spesso attivisti dei centri sociali venivano a volantinare davanti al teatro in cui si svolgeva lo spettacolo. Alcune volte sono andati un po’ oltre, tipo quando, a Bologna, sono entrati con gli altoparlanti per interrompere lo spettacolo. Ma il nostro servizio d’ordine e le forze dell’ordine hanno sempre tutelato gli spettatori».

Tu sei di sinistra?

«Di formazione sì. Man mano che passano gli anni, però, non ci capisco più niente».

Perché la sinistra, sempre zelante nell’ossequio alle altre culture e nel distribuire accuse di razzismo, tace sugli italiani perseguitati da Tito proprio perché italiani?

«In generale mi pare che siano stati compiuti molti passi avanti, oggi gran parte della sinistra riconosce quei fatti. C’è però ancora una minima parte di essa, forse la sinistra estrema, che si rifiuta di farlo. Ho ricevuto una locandina, che poi ho messo sulla pagina Facebook di Magazzino 18, di un convegno che si svolgerà tra qualche giorno, in provincia di Bergamo. Si parla di “migrazione” degli italiani dall’Istria e Dalmazia, e si accenna a motivazioni economiche. Sembra che il comunismo iugoslavo non c’entri nulla con questa tragedia. Ecco, sono tentativi di decontestualizzare gli eventi e sminuire le sofferenze degli italiani coinvolti. Ho letto che come relatore c’è Piero Purini, storico, che ha pubblicato diversi libri con una casa editrice specializzata nel “riduzionismo” delle Foibe. Vorrei vedere se uno invitasse uno di quegli storici negazionisti della Shoah. Ci sarebbe, giustamente, gran clamore. Ma in questo caso no».

Perché questo Paese ha così tanta difficoltà nel costruire una memoria condivisa?

«È vero, è difficile. Anche perché nelle scuole ci sono molti docenti che ostacolano la divulgazione di certi argomenti. A me è capitato di avere delle diatribe con alcuni di loro, ideologizzati, ex sessantottini, persone che vedono il dramma delle Foibe e dell’esodo dall’Istria come una roba “da fascisti”. E non conoscono i fatti. Non sanno che a scappare dall’Istria furono anche antifascisti, cattolici. Persone, insomma, di ogni posizione politica e culturale. Il libro di Jan Bernas, scrittore con cui ho realizzato lo spettacolo, si intitola “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani”, e parte proprio da questo».

Com’è sfidare l’egemonia culturale della sinistra?

«Secondo me quest’egemonia, negli ultimi anni, è un po’ diminuita. Io ho cercato di raccontare una parte di storia con equilibrio, con la poesia, la musica e le canzoni. Che non vuol dire essere innocui, anzi. Ho raccontato storie vere come quella di Norma Cossetto, o della strage di Vergarolla. Il premio più grande è stato il pubblico che man mano è cresciuto».

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