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Ida Magli: “Immigrazione, islamismo e Ue minacciano l’identità italiana”


fonte: Barbadillo.it

Ci ha lasciato Ida Magli, antropologa e tra le intellettuali più lucide, coraggiose e controcorrente della cultura italiana degli ultimi decenni. Immigrazione, Mitologia dell’Unione Europea, difesa dell’identità italiana: questi i temi su cui la Magli si è dedicata con passione negli ultimi anni, tenace e inascoltata. Spesso “Storia In Rete.com” ha rilanciato i suoi interventi e non a caso la intervistò nel suo primo numero, nell’ormai lontano novembre 2005. Riproponiamo ora quell’intervista (di Fabio Andriola).

Inconsapevole per vocazione, l’Italia ha da tempo una Cassandra che fa il suo mestiere a tempo pieno. E per farlo meglio, adesso rilancia e pensa di fondare addirittura un partito. Ancora più ecumenico dei grandi partiti, ancora più trasversale dei Poli presenti e futuri, ancora più utopistico dei movimenti rivoluzionari. Si chiamerà «Partito degli Italiani», sarà forse l’unico, in questo Terzo Millennio, a parlare ancora di «Popolo», a rivolgersi al «Popolo». Non sarà di destra né di sinistra e neanche di centro. E come programma avrà il compito di ricordare agli italiani che hanno una storia unica, un patrimonio artistico da superpotenza culturake e che, unici al mondo, stanno buttando tutto a mare. Proprio loro che sono, o sono stati, «fondamento, espressione massima e guida della civiltà occidentale». Il virgolettato, come tutti quelli che seguiranno, è da attribuire a Ida Magli, docente di Antropologia in missione sulla Terra per salvare gli italiani. Anche da se stessi, e quindi malgrado loro e i loro governanti.
La distinzione è fondamentale nel pensiero della professoressa Magli che, non a caso, ha intitolato il suo ultimo libro «Omaggio agli italiani – Una storia per tradimenti» (Bur – Rizzoli) dove i traditi sono gli italiani e i traditori i loro governanti degli ultimi mille e rotti anni. Ma non erano e sono italiani pure loro?
«E’ una domanda frequente. In genere si dice che ognuno ha i governanti che si merita. Ma per gli italiani non è proprio così. La nostra è una storia sui generis per una serie di fatti contingenti molto condizionanti. Ad esempio il papato ce l’hanno avuto sullo stomaco solo gli italiani».

La solita storia che è tutta colpa della Chiesa…?

«No, c’è dell’altro ovviamente. Io che credo che tradizionalmente il popolo in quanto tale non possa fare nulla contro i propri governanti italiani che, alleati tra loro nonostante ci sia una maggioranza ed una opposizione, si reggono a vicenda, fanno cartello tra loro. Come le banche…»

Eccezioni?

«L’unica eccezione, breve, è stato il Risorgimento. In quell’occasione tra popolo e classe dirigente c’è stata sintonia. Sicuramente volere l’indipendenza e la libertà di una nazione significa mettersi comunque dalla parte del popolo. Che poi tutto questo sia stato fatto dai ricchi borghesi o dai nobili poco importa: anzi, così furono messe a disposizione della rivoluzione risorse che altrove non c’erano».

E poi cosa è successo?

«L’Ottocento e il Risorgimento sono finiti con la Prima guerra mondiale. Poi è stato il momento di un nuovo ciclo, direi quasi di un periodo di “non Storia”, un periodo cioè in cui i popoli non sanno dove stanno andando. Come capita oggi con l’Unione Europea. Non aver raggiunto tutti gli scopi risorgimentali con la Grande Guerra ha portato ad una frustrazione che, secondo alcuni, ha favorito il fascismo…».

Dal 1918 al Duemila neanche una finestra?

«Direi che un periodo del fascismo vide gli italiani illudersi di essere usciti dalla disillusione della Prima guerra mondiale. Mussolini fu visto come un uomo che aveva dato fiducia e dignità agli italiani. All’estero e in patria dove ebbero inizio le prime strutture socialiste che andavano incontro alle esigenze degli italiani. E’ importante ricordare che quel momento fu anche importante per la rinascita dell’idea di Roma…»

E poi…?

«Poi la Seconda guerra mondiale ha convinto gli italiani che non avevano diritto a nessuna libertà. Da qui, ad esempio, la fede acritica di molti, a guerra finita, nel comunismo. Una specie di follia collettiva: sapevano che la Russia poteva invadere l’Europa e quasi ne gioivano. Una forma di masochismo incredibile unito all’assenza di speranze: come si può sperare di essere dominati da un paese straniero e così diverso? Non lo dico con astio ma con pietà, nel senso tecnico del termine, cioè di compassione per quegli italiani».

In compenso siamo finiti sotto il controllo Usa…

«Non è la stessa cosa. E poi è stata la Chiesa a svolgere la principale funzione anticomunista, optando poi per l’America. Il comunismo non sarebbe passato comunque di fronte al blocco Chiesa più Dc…».

Parliamo di italiani e di come l’antropologia può aiutare la comprensione storica

«Per prima cosa dobbiamo precisare che in Italia l’antropologia è stata uccisa, coscientemente. Perché è una disciplina scomoda e che può dire cose scomode al giorno d’oggi…»

Ad esempio?

«Ad esempio che ogni popolo ha un proprio carattere. Antropologicamente si parla di una personalità di base, data dalla storia e dalla lingua, sulla quale si innesta la personalità personale, quella di ognuno di noi e che è formata anche da fattori genetici. Ma, credo, che noi ereditiamo anche geneticamente una nostra cultura di base. Ad esempio il gusto musicale si eredita: lo dimostra la storia di varie dinastie di musicisti ma anche la storia dei popoli. Gli italiani hanno una musicalità più spiccata di altri popoli. Basta prendere una qualunque enciclopedia musicale e vedere quanti sono gli italiani citati…».

Ma c’è solo una musicalità o molte musicalità?

«Bach poteva nascere solo in Germania. Le sue fughe parlano chiaro così come le sinfonie di Rossini non potevano nascere altrove. Ogni modello culturale è univoco».

Insomma, l’arte ce l’abbiamo dentro e questo spiega perché l’Italia ha prodotto più arte e cultura di qualunque altro paese
al mondo…

«Già, però dalla Guerra fredda in poi gli italiani non hanno più vissuto con la sensazione della propria storia in progresso. La grande produzione artistica italiana finisce nella prima metà del secolo: Pirandello, Verga, Mascagni… Poi niente più».

E il grande cinema…?

«Il grande cinema italiano è ancora di epoca fascista nel senso che buona parte dei suoi maestri si sono formati comunque negli anni Trenta e Quaranta…»

E la moda…?

«Ma la moda non è un arte! Infatti non riesce a rappresentare il personaggio femminile. Dalle sfilate lei individua il modello della donna d’oggi? La moda deve avere un ideale da rappresentare e la moda di oggi non ha ideali, un modo simbolico di vivere la propria epoca. La moda italiana è un bluff».

A proposito di bluff, anche il progetto di Europa unita lo è per lei, no?

«Più che un bluff è un serio pericolo perché l’idea di unità europea così come è contrabbandata si impone solo falsificando le coscienze e la storia. Si son tirati in ballo Carlo Magno, Napoleone, la Rivoluzione francese… Non riesco a crederci. Carlo Magno voleva farsi un impero, d’accordo, ma che c’entra questo con l’unificazione degli stati. Impero vuol dire allargare il territorio ma non necessariamente l’omologazione dei vari popoli. I romani e lo stesso Napoleone si erano fermati all’imposizione di un modello amministrativo. Nella storia l’idea di unificazione europea non è mai venuta in mente a nessuno. E’ un puro delirio…».

Non vede proprio nessun vantaggio nel progetto di unificazione europeo?

«Vantaggi? L’Unione Europea serve di fatto a portare l’Oriente in Occidente. Una follia che porterà all’azzeramento dei popoli più ricchi di tutto il mondo. L’Europa è un faro di civiltà. Lei vorrebbe andare a vivere in Turchia? Però i turchi a vivere qui ci verrebbero. E allora chi ci perde e chi ci guadagna?»

La Turchia per lei non ha niente di europeo?

«Perché dovremmo volere 70 milioni di turchi in Europa? Abbiamo la stessa lingua? No. Lo stesso diritto? No. La stessa storia? No. La stessa religione? No. Siamo uguali perché esseri umani? Ma basta? Sarebbero sufficienti accordi commerciali e militari. Ma perché al posto di una alleanza dobbiamo avere i turchi in casa?».

Un’altra questione che investe la nostra storia e il nostro patrimonio culturale è quello dell’immigrazione. Andiamo verso una società multiculturale, si dice, una prospettiva senza rischi?

«Se si supera un certo rapporto tra gruppi la cultura ricevente respinge i nuovi arrivati e si arriva ad un conflitto. Il multiculturalismo può portare a questo. L’antropologia è stata messa a tacere perché gli antropologi conoscono i meccanismi delle singole culture e possono dimostrare che le culture non sono compatibili al 100% tra loro. O una delle due scompare – pensiamo alle culture precolombiane – oppure si arriva ad un conflitto. Ma questo l’Unione Europea non se lo vuol sentire dire perché se no salterebbe il progetto. E il progetto salterà perché si arriverà ad uno scontro. E temo che questo scontro avverrà, ancora una volta, come tante volte nei secoli, in Italia».

Sempre sul tema dell’immigrazione, si dice che gli italiani, popolo di migranti, devono avere un atteggiamento molto comprensivo con gli extracomunitari perché la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. Che ne pensa?

«I nostri emigranti, come quelli di altri paesi europei, sono andati negli Stati Uniti non come clandestini, di nascosto, ma seguendo un percorso regolamentato e preciso. Del resto l’America aveva bisogno di popolazione: oggi in Italia abbiamo una densità di 147 persone per chilometro quadrato, negli Stati Uniti siamo a 25 persone per chilometro quadrato. Figuriamoci cosa doveva essere un secolo fa, ancora di meno… Lì c’erano davvero territori immensi da colonizzare, regioni intere da popolare. Non dimentichiamo poi che paesi enormi, come Canada o Australia, ancora oggi mantengono forti limiti all’ingresso di nuovi abitanti. Quei governi mantengono volutamente basso l’indice di densità della popolazione».

Altre differenze col passato?

«Direi che il rapporto tra fisicità umana e spazio è fondamentale. C’è poi il fatto che gli immigranti europei portavano competenze anche intellettuali, non solo manuali. Tutte quelle competenze hanno fondato l’America moderna, le università, le strutture del sapere. Non sono arrivati solo gelatai. E comunque c’era una migrazione di europei verso una terra popolata da americani che discendevano da europei. L’inglese, in quanto lingua di partenza ha contribuito ad accomunare. In Europa invece le lingue sono 25 ed ognuna di esse ha prodotto letteratura e pensiero…»

Non ha paura di essere accomunata alla Fallaci?

«La Fallaci dice cose che molti pensano. E quindi si vendono i suoi libri. La maggior parte della gente compra quello che le piace e raramente si avvicina a ciò che non conosce. Ad ogni modo il risultato mi sembra nullo: molto successo e nessun risultato concreto. Il suo è un errore di eccesso, certi toni sono nel suo stile ma rendono più facile il non prenderla sul serio…».

Finiamo con una classifica di italiani da ricordare o riscoprire?

«Ne abbiamo troppi…»

Proviamo. Chi sono i suoi preferiti?

«Sicuramente Giacomo Leopardi, tra i più grandi geni dell’umanità. Poi Leonardo da Vinci, la più grande intelligenza che ci sia stata, e Galileo, non tanto per le sue teorie ma per come le ha formulate e difese davanti all’Inquisizione. Aggiungerei poi Niccolò Machiavelli perché ha presentato il potere per quello che è, un fatto negativo in costante conflitto naturale con i sudditi…»

Insomma l’essenza della storia d’Italia…

«Ma ci sono altre intelligenze che ci distinguono. Una di queste è rappresentata da Monteverdi, un musicista straordinario che è un esempio delle personalità di base degli italiani. Un altro è Alessandro Manzoni, oltretutto un grande antropologo…»

Neanche una donna?

«Le donne non hanno prodotto nulla, mi dispiace. Hanno perso anche l’occasione del femminismo…»

Torniamo alla classifica. Eravamo rimasti al sesto nome, Manzoni…

«Guardi, può sembrare una provocazione ma non lo è: secondo me Gesù di Nazareth fu un romano, un italiano. Fu sicuramente influenzato dalla cultura romana soprattutto nel suo rapporto rivoluzionario con le donne…».

Sono questi i riferimenti del nuovo “Partito degli Italiani”?

«Immigrazione, islamismo e Europa unita minacciano l’identità italiana. E il Partito degli Italiani intende difendere e tutelare questa identità facendo ricorso a tutte le armi della democrazia e dell’intelligenza, e con quelle altrettanto forti della passione per la storia, per la civiltà, per la lingua, per la religione, per l’arte, allo scopo di conservarle e di accrescerle».

La storia (italiana) a base di un programma politico. E’ una notizia e una novità. Non poteva non essere segnalata per prima da questo giornale che è tutto tranne che politico. Ma che si occupa di tutto quello che è storia.

Fabio Andriola
direzione@storiainrete.com

Di Fabio Andriola
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